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International literary agency for the management of books, writers and editorial projects.
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Specializzata nel management delle arti e della cultura, l'attività dell'agenzia va dalla promozione di singoli libri alla gestione globale della carriera editoriale degli autori che assiste.
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La literary agency sta vivendo una fase di transizione che condurrà a ridefinirne non solo il rapporto con autori e mercato culturale, ma lo stesso profilo professionale. In breve tempo abbiamo assistito al declino ed alla rinascita della libreria come teatro del libro; abbiamo perso per poi ritrovare la figura del piccolo editore come fonte di innovazione; stiamo lentamente imparando a poggiare scelte e strategie su razionali strumenti di marketing, e questo anche relativamente alle piccole produzioni; la stessa posizione dell'autore si sta sempre più complicando ed arricchendo, basti ad esempio pensare che uno scrittore, oggi, ha ben difficilmente un rapporto privilegiato con un solo editore ed è impegnato sempre più direttamente nella promozione dei propri libri e della propria firma.In questo scenario, la sfida per le agenzie letterarie va chiaramente ben oltre la tradizionale questione della collocazione editoriale, traducendosi piuttosto nel saper assumere quel ruolo manageriale che è (e sempre più sarà) condizione stessa della creazione e della crescita nel tempo del valore di una firma.Specializzata nel management delle arti e della cultura, l'attività dell'agenzia va dalla promozione di singoli libri alla gestione globale della carriera editoriale degli autori che assiste.
Attivita'
Promuovere. Cioè farsi trovare.
Promuovere
Previa selezione, l'agenzia rappresenta e promuove autori e titoli di qualsiasi genere letterario. Le proposte, da inviare di preferenza a mezzo e-mail, devono contenere:1) testo integrale;2) sinossi (o abstract);3) lettera di presentazione contenente il profilo dell'autore e informazioni bibliografiche sullo stesso, nonché recante le diciture: "dichiaro che l'opera allegata non deriva da plagio e di essere in possesso di tutti i diritti alla stessa connessi" e "autorizzo al trattamento dei dati personali da me forniti ai sensi del d.lgs. n. 196 del 30 giugno 2003".
Argomenti
Troppi autori che nessuno legge
Troppi autori (che nessuno legge)
Se c'è qualcosa di interessante nel detto secondo cui l'Italia conta più scrittori che lettori, è che nel giro di otto parole vengono sommariamente liquidati, senza nulla concedere ad un anche solo fugace assaggio di ciò di cui si sta parlando, anzitutto lo sforzo di tanti (più di quanti si creda) validissimi narratori la cui unica colpa è di non esser mai stati menzionati in questo o quel tabernacolo dell'editoria dei grandi numeri, poi quel diffuso e sentitissimo bisogno di novità di un pubblico accomunato dal desiderio di volti nuovi in tv, di idee nuove in parlamento e, perché no, di storie nuove sul comodino.Con buona pace per le migliori intenzioni, questo bisogno di nuovo e di indipendente finisce per seguire la scia dell'interessato consiglio di più o meno attendibili classifiche di vendita che non solo ci hanno abituato a qualche (tutt'altro che infrequente) scoraggiante delusione, ma che per definizione sono quanto di meno adeguato a favorire la desiderata plurità delle voci, dei punti di vista, degli stili. Così, sarà pur vero che in Italia ci sono più scrittori che lettori, ma i primi, del tutto indipendentemente dal loro reale talento e fino a che non trovano il modo di infilarsi in qualche tabernacolo, sono imbavagliati da una domanda che, al contempo, li richiede e li ignora. In altri mercati per esempio l'alimentare o l'abbigliamento, ma anche in taluni segmenti d'ambito culturale come, in parte, la musica la diversità è oggi un valore economico concreto, al punto che il consumatore, d'abitudine attento al prezzo ed anzi proprio per questo, è acquirente sia di prodotti industriali nei grandi centri di distribuzione che di manifatture variamente "tipiche" di cui, spesso, ha modo di entrare in contatto più o meno direttamente con il produttore e con l'ambiente d'origine. Questo senso di relativa vicinanza, con la possibilità che implica di vivere narrativamente il prodotto e di entrare, per il suo tramite, ad esperire l'angolo di mondo da cui proviene e che esprime, è un'ampia parte del valore aggiunto del prodotto stesso, persino più importante delle specifiche tecniche e merceologiche attinenti la materialità dell'oggetto. È una consolidata nozione del marketing quella secondo cui un prodotto ha sempre un valore d'uso ed un valore percepito di relazione (con gli altri). La griffe, nell'abbigliamento extra-sartoriale, non garantisce necessariamente una produzione qualitativamente superiore rispetto a quella di altri contesti industriali meno blasonati (e meno costosi), ma veste l'acquirente/portatore di un significato di riconoscibilità sociale che è il principale movente all'acquisto. Se la griffe è una delle cure più a buon mercato al male dell'anonimato, nella produzione manifatturiera, dove per definizione non c'è alcuna griffe e dove il prezzo finale è spesso pari quando non addirittura superiore a quello del nobile surrogato, a puntellare il valore percepito di relazione intervengono fattori oggi talmente importanti da designare una vera e propria tendenza parallela dell'anti-griffe (piccola notazione logica: l'anti-griffe è una griffe!): l'assoluta particolarità del prodotto, la sua non agevole reperibilità commerciale, la conoscenza della provenienza delle materie prime, il contatto con il produttore nel suo mondo, la scelta non governata da alcun medium pubblicitario, non sono che un esempio di punti di valore aggiunto percepito. Vestire quel particolare abito, realizzato con quel particolare tessuto, da quel particolare produttore che si è potuto conoscere e scoprire, non solo non significa perdere un'opportunità di riconoscibilità sociale, ma al contrario dà la possibilità di sorprendere l'entourage con, appunto, qualcosa di particolare, singolare, individuale; addirittura significa, nel caso di sapiente associazione, individualizzare la griffe e farla propria essere ben radicati nel mondo senza al contempo esserne assorbiti e dominati o, invertendo l'ordine dei fattori, essere individui senza finire eccentrici. In questo scenario di diffuso e condiviso bisogno di de-massificazione, la domanda di libri sembra, per certi versi e forzando provocatoriamente i termini, piuttosto impermeabile al bisogno di cercare, esprimendola, una propria personale via all'essere nel mondo, quasi l'accompagnarsi ad un libro non baciato da una qualche "griffe" porti con sé una sorta di condanna alla solitudine. Laddove presentarsi ad una festa con addosso un capo o un accessorio evidentemente manifatturiero può costituire un interessante fattore di socializzazione, intrattenere amici e colleghi su quel meraviglioso libro non griffato che si è letto può voler dire esporsi ad imbarazzanti silenzi in risposta: il non lo conosco, come risposta a quanto si sta dicendo intorno ad un libro, segna in genere ed inappellabilmente lo stagnare di una conversazione per mancanza di un terreno comune e condiviso. Le politiche pubbliche ad ampio raggio di promozione della lettura poggiano sull'evidenziarne il (maggior) benefit ludico e formativo spesso comparando esplicitamente il libro con altri competitors sul mercato del tempo libero, in primis la televisione. Qui il messaggio implicito non va quasi mai, nella sostanza, oltre una formulazione linguisticamente negativa: se spegni la tv e accendi un libro non sei demodé. Per ravvedere un modello comunicativo positivo, e quindi costruttivo, bisogna rifarsi a quelle iniziative che, tentando di forzare i confini solipsistici della lettura, fanno fiorire attorno al libro occasioni più o meno elaborate di aggregazione (dal gruppo di lettura istituzionalizzato in seno alla biblioteca civica di provincia alla "Nave di libri"). Quanto alla promozione di singoli titoli, essa elegge spesso l'ufficio stampa, senza ulteriore specifica, a panacea di tutti i mali; opinione, questa, piuttosto superficiale e non di rado contraddetta dai fatti. Ciò che raramente si incontra, e che invece forse è proprio la chiave di volta per capire in che direzione stiamo andando e quale strada è meglio attrezzarsi per percorrere, è un'analisi critica e spassionata intorno a quella apparente contraddizione pragmatica fra bisogno di rinnovamento e tendenza alla stagnazione da cui siamo partiti; analisi, aggiungo, che riconosca come suo fulcro il confronto fra mercato del libro ed altri mercati culturali (e non) in relazione al valore percepito delle produzioni non di massa. Il pur abissale (e disastroso) divario distributivo fra grande e piccola editoria, di norma additato come causa principale della mancanza di sfogo di quest'ultima, e la difficile accessibilità dei piccoli marchi ad economie di scala, spiegano come mai, in libreria, l'esito del confronto sia ampiamente predeterminato e sia molto spesso improponibile persino pensare di ritagliare una nicchia dotata di identità propria, ma non anche perché a Torino, nella fiera più importante d'Italia,ceteris paribus e soprattutto in un contesto in cui la parità distributiva è presupposto e anima dell'evento, le griffes vincano ancora sul sarto indipendente.Alberto Asero
Di lui Alda Merini ha sperato
Di lui Alda Merini ha sperato "non debba scorticarsi mani e piedi per arrivare"
Quando, ormai diversi anni fa, ho coniato il termine Rockpoeta per definire la mia attività ed il mio impegno, tanto letterario quanto sociale, non è mancato chi mi ha accusato di aver inteso creare non altro che una pura etichetta di facciata, una sorta di “trovata” disposta al solo fine di creare qualcosa di sensazionalistico da dare in pasto ai media per catturarne l'attenzione.In realtà, quel termine ha dietro di sé anni di riflessione e definisce una via insieme artistica e di impegno; risponde, peraltro in modo credo abbastanza intuitivo, ad una domanda nodale che, penso, chiunque faccia poesia non per sé ma per gli altri, dunque nel mondo e per il mondo, debba costantemente aver presente dinanzi agli occhi: cosa può fare la poesia, in che modo può contribuire a rendere un poco migliore la società nella quale vivamo? Questa domanda “originaria” ha dapprima distrutto l'immagine della poesia che, come tutti, avevo sotto mano, quell'immagine delicata, introiettata, intimistica, rendendomi fortemente ostile a tutto quanto, nella poesia, siammo assuefatti a trovare e che in realtà il trovo stucchevole e stereotipato, tanto nella forma quanto nella ripetitività dei contenuti; quindi, anche se il passaggio non è stato così diretto, mi ha indicato la via che sentivo e volevo percorrere con i miei versi.Dicevo che sono stato sempre ostile tanto alla poesia intimistica, ma lo stesso discorso vale per quella che potremmo definire metafisica. Nella prima, così come nella seconda, ho imparato a vedere un qualcosa di artefatto, una fuga dal presente, dal quotidiano, un nascondersi – ora in se stessi, ora nel cuore dell'universo – e perfino, nella lettura pubblica, un nascondere agli altri qualcosa del presente, qualcosa di importante, quotidiano. Ecco, la poesia ha a che vedere con il quotidiano: da retrovia contemplativa diviene istanza attiva, strumento di analisi, raffigurazione, critica, contraddizione. La poesia è fatta di carne ed ossa e, contrariamente a quanto si è abituati a credere, fugge, piuttosto che ricercare, le altezze dell'iperuranio. Ho perciò sempre apprezzato, nei grandi poeti di tutti i tempi, oltre naturalmente all'arte, l'intensità e la crudezza con la quale hanno saputo leggere, interpretare e restituire a sé e agli altri il loro tempo, senza mai mistificarlo ma neppure reificandolo gratuitamente. Mi sono riconosciuto nel Pablo Neruda di Spiego alcune cose, composizione nodale volendo comprendere il punto di vista dell'autore, il suo pragmatismo così come anche il suo disincanto. Poesia che non si può, né si vuole, definire bella, perché il suo scopo è tutt'altro: è programmatico, non estetico. Pensiamo a quanto sono espliciti e diretti questi versi:Voi mi chiederete: perché la tua poesianon ci parla del sogno, delle foglie,dei grandi vulcani del tuo paese natio?Venite a vedere il sangue per le strade,venite a vedereil sangue per le strade, venite a vedere il sangueper le strade!Ecco, è il sangue per le strade che – penso – la poesia di oggi ha il dovere di cercare. E dico di oggi non a caso, perché oggi, per le strade, c'è sangue come ce n'è sempre stato, salvo che è spesso nascosto, reso invisibile, addirittura imbastito così da sembrare tutt'altro che sangue. Allora la poesia non basta nemmeno più che segua il dettato di Neruda ed il suo compito sarà assai più arduo: essa dovrà, prima di mostrare, cercare quel che non è immediatamente evidente, frugare negli angoli, sollevare stracci – svelare.Nella poesia del Rockpoeta – nella mia poesia – non si trova l'idillio, non c'è la visione che appaga, che fa sognare, non c'è neppure quella ricerca saporifera del bel verso, bello in sé e per sé; al contrario, c'è il dramma delle morti sul lavoro, della violenza sui deboli, dell'indifferenza come costume sociale dominante, dell'arroganza elevata a regola di stato, e via dicendo.Ma la rockpoesia non è solo una questione di temi: è anche un fatto di prassi, di utilizzo. E qui si apre l'ultimo nodo della mia poetica. La mia poesia, proprio come avveniva nell'antichità, non nasce mai come disgiunta dalla sua messa in scena, dalla pubblica recitazione. è una poesia scenica, fatta per il reading, meglio ancora per il teatro, come si può ben vedere dai video che negli anni ho realizzato e dal sempre più fitto calendario di incontri in giro per l'Italia. è una poesia che “serve” a dar vita ad uno spettacolo totale, dove la parola, l'immagine e la musica concorrono sì a creare emozione, ma anche (e forse soprattutto) consapevolezza e impegno sociale e civile, invitando a riflettere, in controtendenza, sull'importanza dell'aver memoria come unico antidoto alla passività alla quale ci hanno abituato i media.Daniele Verzetti
Il Borgo dOltremare
Un'autentica rivelazione letteraria: Il Borgo d'Oltremare di Francesco Amato (Mursia Editore)
Fra tutti i possibili, il viaggio in se stessi ha fama d'essere il più impervio. Di certo, è l'unico dal quale non c'è ritorno. Sarà per questo che esso è sempre, insieme, anche fuga?Impervio e senza ritorno è il viaggio dell'anonimo protagonista de Il Borgo d'Oltremare di Francesco Amato (Mursia), fuggito da casa sua una sera come tante, quando, rientrando dal lavoro prima del previsto, sorprende sua moglie con un altro uomo. La scoperta del tradimento coincide con la caduta (miserrima) dell'edificio di una vita intera e finanche delle sue fondamenta ("Non esiste l'anima gemella. O forse, semplicemente non è eterna", riflette quando già è lontano da casa) e con la riduzione improvvisa e traumatica in esule di un uomo inconsapevolmente fiaccato dal peso delle sue stesse certezze. Da quel momento - che segna una frattura assoluta - nulla potrà mai più essere come prima.Inizia così un viaggio doloroso e disarmante che non è un muovere verso una meta, bensì, all'inverso, è un abbandonare (un fuggire da, appunto) quella che, con quel tanto di tramontata illusione di definitivo che recava, era parsa essere la meta di una vita. Un viaggio in cui la stessa realtà, fino all'attimo avanti così apparentemente ordinata e univoca, rivelerà la sua natura di teatro d'ombre fino a liquefarsi in una nebbia di apparizioni ora seducenti, ora inquietanti, sempre però evanescenti e inafferrabili, a tratti persino inintelligibili. Tanto che gli occhi del protagonista non riusciranno mai ad orientarsi appieno nei luoghi stranianti che gli appariranno intorno, né riusciranno a decifrare i volti delle persone che incrocerà lungo il cammino, e delle quali sin da subito coglierà il mistero, senza tuttavia riuscire, fino all'ultimo, a decifrarlo. A quel punto troverà (inaspettatamente) il sé più profondo, sì, ma l'auto-rivelazione sarà più lancinante del tradimento da cui originò il viaggio; e allora l'istinto imporrà nuovamente di fuggire, se non che da se stessi non c'è possibilità di fuga.Perennemente sospeso, al pari del protagonista, in una amniotica compresenza spazio-temporale, il lettore non arriverà mai a comprendere appieno dove la visione segna il margine alla percezione lucida della realtà. Al contrario, finirà esso stesso gettato nello stagno delle illusioni (presenti, ma soprattutto passate), dove una polifonia di voci sempre più fitta e insistente lo condurrà oltremare, e da lì fino alla perdizione del peccato capitale – che, come voleva Platone, coincide con la schiavitù della cecità. Fino al punto in cui persino quell'evento devastante che indusse il protagonista alla fuga, il tradimento della moglie, rivelerà la propria consistenza di ombra e, con essa, la propria tragica verità.Autentica (e, a nostro avviso, indiscutibile) rivelazione letteraria, con Il Borgo d'Oltremare Francesco Amato dà prova, insieme, di una grande profondità di pensiero coniugata ad un gusto sorprendentemente raffinato per l'architettura narrativa.Alberto Asero
"Se tu fossi cieco dove andresti? Non andresti, forse, dove ci sono altre voci?" mi dice Zeno, trascinandomi via.
Literary agency
Literary agency: verso nuovi modelli.
In questo torno d'anni, la literary agency sta vivendo una fase di transizione che condurrà a ridefinire non solo il rapporto con autori e mercato culturale, ma lo stesso profilo della professione. In breve tempo abbiamo assistito al declino ed alla rinascita della libreria come teatro principe del libro; abbiamo perso per poi (fortunatamente) ritrovare la figura del piccolo editore come fonte di innovazione; stiamo lentamente imparando (cosa che in altri settori del mercato della cultura, come ad esempio quello museale, è già da tempo prassi) a poggiare scelte e strategie su razionali strumenti di marketing, e questo anche relativamente alle piccole produzioni; la stessa posizione dell'autore si sta sempre più complicando ed arricchendo, basti ad esempio pensare che uno scrittore, oggi, ha ben difficilmente un rapporto privilegiato con un solo editore ed è impegnato sempre più direttamente e con sempre maggiore creatività ed apporto personale nella promozione delle proprie opere e della propria firma.In questo scenario, la sfida per le agenzie letterarie va chiaramente ben oltre la tradizionale questione della collocazione editoriale, traducendosi piuttosto nel saper assumere quel ruolo manageriale che è (e sempre più sarà) condizione stessa della creazione e della crescita nel tempo del valore di una firma.Alberto Asero
Troppi autori che nessuno legge
Di lui Alda Merini ha sperato
Il Borgo dOltremare
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GIOVANNA MULAS
LORENZO RULFO
MAURO URSINO
LORIS FERRARI
GIOVANNI CIANTI
DANIELE VERZETTI
ANTONIO CAPPATO
BENEDETTO PEROTTONI
ROBERTO LAUBER
GIANNA BOTTI
Nikki Simonetti
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